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[15 Jan 2006|02:58pm] |
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[03 Jan 2006|02:00pm] |
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| Silenziohassenso? |
[08 Jul 2005|12:08pm] |
Il silenzio segna la decadenza....o magari la rinascita. Tanti auguri aerridi vicini e lontani.
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| producti blog |
[23 May 2005|07:28pm] |
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sotisfatttto e scemunuto |
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muto |
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anch'io mi bloggo...
producti blog sto scemunendo però riesco pure io a fa ste cose qui...
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| un fatto (uno dei tanti) |
[11 May 2005|10:13pm] |
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marrocchino |
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dj faccia di merda - live set |
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venite, più vicino tutti intorno a me vi devo contare un fatto facciamo un cerchio, non mettetemi al centro faccio parte di voi solo i miei occhi hanno assistito al fatto ma i miei occhi sono i vostri occhi e le mie lacrime le vostre lacrime e le mie risate sono….le mie risate non posso scrivervelo così ve lo devo contare a voce questo fatto inizierò a raccontarvelo convincendomi di non sapere io stesso come va a finire come se fosse nuovo e interessante anche per me mi accompagnerò con una gestualità spastica emozionandomi e balbettando tra una parola e l’altra sbagliando uno dopo l’altro tutti i tempi da teatro tra una scrollata di palle e una mano nei capelli ridendo quando non si dovrebbe ridere di ghiaccio quando dovreste essere voi a ridere ve lo devo contare a voce perché devo guardarvi negli occhi scrutando in modo oscuro le vostre espressioni imprimendomi nella mente i vostri più piccoli mutamenti del viso mi devo gustare la vostra reazione poichè nessuno ha potuto farlo con la mia nel freddo-solitudine del jarmush così le vostre facce saranno la mia faccia e le nostre facce si cristallizzeranno fino a diventare maschere osserveremo le espressioni gli uni con gli altri e ce le stamperemo nella mente io quella di frank frank quella di bubu bubu quella di sfarbizio sfarbizio quella del culo delle ragazzette di turno il culo della ragazzetta di turno quella del cesso del jarmush il cesso del jarmush quella delle fighettine e dei cazzettini dei frequentari più o meno assidui del locale e così avremo codificato in quattro coppie di occhi e un cesso scardato tutte le espressioni possibili le più varie sfumature che una faccia da cazzo può avere saremo i custodi del tutto sarà una sorpresa per tutti dapprima rideremo poi ci si gelerà il sangue poi di nuovo, sorrideremo e sarà una risata liberatoria
nessuno è terrone stasera dj faccia di merda, suonaci ancora qualcosa
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| pastello rosso (ovvero, essere seri vuol dire non prendersi sul serio). |
[27 Apr 2005|12:17pm] |
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quasi sonno |
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centro direzionale |
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chi sa suonare non deve suonare male per compiacere chi non lo sa fare; può però suonare in modo da piacere anche a chi non ama la tecnica. un concerto rock da chi meno te lo aspetti… sedersi e vedere una persona che mi ricorda mio padre, anzi, mio padre credo sia anche più giovane, dimenarsi e saltare su un palco, senza dare l’impressione che ci siano fili di nylon a tenerlo in piedi, oppure una mazza di scopa in culo, fa il suo effetto. per una volta positivo, per una volta non mi sono pentito di andare ad un concerto. quei fili non ci sono, o sono spezzati come le tre corde della chitarra, come nemmeno nei miei peggiori concerti… e continuare a suonare come se quasi niente fosse successo, dire stronzate mentre si cambiano le corde, sembra proprio un concerto vero. non te lo aspetti, o sono io che non me lo aspettavo: ci sono dei “vecchi” che sanno ancora cosa dire e come condensare ed omogeneizzare, sono parole che di solito si dicono per convenienza, trenta anni di musica in una serata… continua a somigliare a mio padre, o a me quando avrò la sua età. però io ho già molti capelli in meno rispetto a lui.
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[09 Mar 2005|10:56am] |
mi sono sbloggato pure io. e ci mancavi solo tu: nerzz e se continua così fra un pò m'inscrivo pure dentro a un partito di quelli politici.
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| [sono aumentate ancora] |
[20 Dec 2004|04:29pm] |
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[02 Dec 2004|11:35pm] |
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| Nelle redazioni arriva la legge marziale |
[21 Nov 2004|03:58pm] |
Nelle redazioni arriva la legge marziale Legge marziale permanente. Due giorni fa il Senato ha approvato una delega al governo che potrebbe sbattere in carcere per vent'anni i giornalisti inviati di guerra che raccolgono «notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare» e le divulgano. Ma a finire dentro potrebbero essere anche i pacifisti che solidarizzano col nemico o si battono «per la neutralità», e le ong che «somministrano al nemico provvigioni». Nelle missioni di Peace keeping in Italia e nei paesi invasi sarà in vigore lo «stato di guerra». A decidere su tutto sarà la magistratura militare, oggi in declino ma che il governo punta a rilanciare estendendone i poteri. Contro le restrizioni per i giornalisti e contro l'applicazione della legge marziale protestano Ds, Rifondazione, Federazione della stampa, Osservatorio per la tutela del personale civile e militare. «Se la legge passa - dicono - vivremo in uno stato per metà civile e per metà militare». L'inviato Mimmo Càndito al manifesto: «Fermiamoli»
Carcere duro per stampa e pacifisti
Legge marziale permanente. La delega approvata al Senato rischia di mandare in galera gli inviati di guerra, ma anche le Ong e i pacifisti colpevoli di «collaborare col nemico» e di «nutrirli» SARA MENAFRA Non ci saranno solo gli inviati di guerra nel mirino del codice militare, se la delega per la riforma approvata due giorni fa al Senato dovesse essere confermata alla Camera. Due giorni fa il senatore diessino Elvio Fassone, che ha seguito passo passo il testo in commissione Difesa, spiegava che i giornalisti inviati in territori di guerra, che «si procurano notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare» e le diffondono, rischiano pene che vanno da cinque a vent'anni di reclusione. Anche se gli obiettivi erano tutti puntati sull'ennesimo rimpasto di governo è scoppiato il caso, con giornalisti e parlamentari su tutte le furie.
A guardarci meglio, però, si scopre che la delega approvata dal Senato, con 132 voti favorevoli e 45 contrari, ha contenuti parecchio più ampi e capaci di trasformare il paese in uno stato militarizzato almeno per tutta la durata delle missioni di Peace keeping in cui siamo coinvolti.
L'idea di fondo della delega n. 2493 è che durante le missioni di guerra la giustizia militare applichi il Codice militare di guerra così com'era stato scritto nel 1941, salvo qualche piccola modifica. Durante i periodi di «conflitto armato» come quelli di Peacekeeping, appunto, il parlamento decreta lo«Stato di guerra», che non è il «Tempo di guerra» previsto dalla Costituzione e di fatto mai applicato dal 1945 ad oggi, ma una condizione adatta alle guerre di oggi, in cui si interviene manu militari senza dichiarare niente a nessuno e che in pratica attiverebbe comunque il Codice militare di guerra, ovvero la legge marziale.
Applicare il codice di guerra durante le missioni di Peacekeeping darebbe un potere enorme ai giudici della magistratura militare, che oggi hanno invece competenze sempre minori (basti pensare che tutta la magistratura militare italiana nell'ultimo anno ha prodotto sì e no 1000 sentenze). Ma attiverebbe anche una serie di norme pensate mentre l'Italia era in guerra, e forse persino quelle pensate nel 1930 dal Codice Rocco. Il nostro Codice penale, che non è altro quello del Fascismo riformato, prevede una serie di norme che entrano in vigore in «Tempo di guerra» e visto che la delega non lo esclude esplicitamente, potrebbero entrare in vigore anche durante il nuovo «Stato di guerra». Per dirne uno l'articolo 245 che punisce con la reclusione «da cinque a quindici anni» «Chiunque tiene intelligenze con lo straniero per impegnare o per compiere atti diretti a impegnare lo Stato italiano alla dichiarazione o al mantenimento della neutralità». E se in questa previsione finissero pure i pacifisti o i social forum che si riuniscono a livello globale per parlare di pace, magari invitando anche rappresentanti politici o di governo? Persino le Ong colpevoli di «Somministrazione al nemico di provviggioni» (art. 248) potrebbero rischiare la «reclusione non inferiore ai cinque anni». E a voler essere cattivi, i tranistoppers di due anni fa che bloccavano treni e navi potrebbero essere imputati di «distruzione o sabotaggio di opere militari» (art. 253).
«Il buonsenso dice - spiega il senatore Fassone- che una serie di norme siano adeguate all'oggi o abrogate. Però è anche vero che questa è una delega a modificare, dunque tutto ciò per cui non c'è un mandato specifico deve essere lasciato così com'è, e quindi queste norme potrebbero diventare attuali». E' quello che accadrebbe per gli articoli 72 e 73 del codice di guerra, quelli che potrebbero spedire in galera i giornalisti.
Cambierà poco, invece, per i militari impegnati nelle suddette missioni di Peacekeeping che applicano il codice militare di guerra già da due anni. Su diretta richiesta della Nato, per la missione «Enduring freedom» del 2002 l'Italia ha approvato una legge che sottopone i militari impegnati nelle missioni internazionali al codice militare di guerra. Grazie a quella legge i quattro elicotteristi di Viterbo, che la primavera scorsa si sono rifiutati di volare perché i loro mezzi non erano sufficientemente protetti, sono ancora sotto indagine per «ammutinamento» e «codardia», anche se circa un mese fa la procura militare di Roma ha chiesto di archiviare l'inchiesta.
Nel 2002 furono in pochi a stracciarsi le vesti, visto che si parlava di militari. Per fortuna questa volta che l'estensione della legge marziale rischia di spedire in carcere fino a vent'anni pure i giornalisti, ad arrabbiarsi sono già in parecchi. Oltre al senatore Fassone, ieri ha protestato contro la legge anche la deputata Elettra Deiana di Rifondazione comunista e membro della commissione Difesa della Camera secondo cui « Siamo di fronte ad una vera e propria decostituzionalizzazione di fatto dell'articolo 11 della Costituzione (quello che garantisce la libertà di stampa ndr)». Secondo Deiana siamo di fronte all'«introduzione della legge marziale «senza garanzie né procedurali né politiche ma a totale discrezionalità del potere politico-militari e con la possibilità dell'estensione della stessa legge marziale anche in ambiti personali».
Durissimo pure il commento di Domenico Leggiero dell'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare: «L'idea di fondo è la separazione definitiva delle forze armate dal resto dello stato italiano. Se la delega sarà approvata avremo due stati, uno militare e uno civile, nello stesso paese».
MIMMO CANDITO «E' la fine del nostro lavoro» Parla l'inviato: «Vince la guerra sulla libertà di stampa» TOMMASO DI FRANCESCO Sulla riforma del Codice penale militare approvata già in prima lettura al Senato, che mette di fatto a rischio carcere ogni «rivelazione» sulle missioni di pace, abbiamo rivolto alcune domande a Mimmo Càndito, tra i più importanti inviati speciali, commentatore di politica internazionale, corrispondente da quasi tutte le ultime guerre e una delle firme di prestigio de La Stampa.
Come giudichi questa «riforma» che espande il codice militare di guerra anche alle missioni di pace?
Credo che rientri all'interno di quel processo di militarizzazione della politica che si sta sempre più estendendo, prendendo come modello evidentemente le logiche che operano agli interno degli Stati uniti, al rapporto subordinato fra società e potere militare che si va sempre più estendendo in ogni parte del mondo. Io ricordo sempre quello che hanno scritto i due colonnelli cinesi Ghao Yang e Bang Sansuy che hanno scritto un libro decisivo, Guerra senza fine, dove dicono sostanzialmente che il baratro che un tempo divideva il territorio della guerra da quello della non guerra ormai è pressoché colmato. La guerra sta occupando anche i territori che prima non gli appartenevano: è il processo di militarizzazione della politica. Ora estendere il codice militare anche alle missioni di pace è sicuramente un cambiamento culturale impressionante.
Per effetto di queste decisioni diventano operativi gli articoli 72/73 del Codice penale militare sulla «illecita raccolta pubblicazione e diffusione di notizie militari»...
Non più di alcuni mesi fa un collega venne inquisito dalle parti di Nassiriya perché aveva pubblicato delle informazioni e ancora non si era all'interno di questa logica. Ci possiamo immaginare una volta che questa diventi istituzione giuridica quali siano i rischi connessi . Cioè che tutto venga sostanzialmente affidato alla discrezionalità con la quale un comandante militare potrà decidere se quello che noi stiamo cercando di pubblicare rientra all'interno di questa normativa. Addio libero esercizio del nostro lavoro.
Già, che fine fa il nostro lavoro? Perché si dice in questi articoli che è punito con la reclusione militare da due a dieci anni «chiunque si procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina o le operazioni militari e ogni altra notizie che non essendo segreta ha tuttavia carattere riservato». Se poi le notizie raccolte vengono diffuse gli anni di carcere passano da un minimo di cinque ad un massimo di venti...
Che il nostro lavoro lo andiamo a fare in carcere. No bisogna opporsi fermissimamente a questo non soltanto per quello che riguarda la definizione giuridica della norma ma per l'atteggiamento culturale che comporta. Perché trasporta il nostro lavoro all'interno di un processo del quale il controllo militare finisce per essere l'unica forma possibile di confronto e di dialettica. Io mi rifiuto di immaginare che la mia attività possa essere sottoposta al giudizio discrezionale di un comandante che decide se mandarmi in tribunale o meno, farmi processare o meno. Questo elimina qualsiasi esercizio libero e discrezionale della mia personale attività giornalistica, cioè della libertà di informazione. E' un atto gravissimo perché sposta su un terreno diverso quello che è stato finora l'esercizio dell'attività giornalistica. Che a quel punto non è più un libero esercizio d'informazione che riguarda la società civile e che nasce all'interno di una società civile ma viene collocata all'interno della logica strettamente militare. E' come se ci venisse messa addosso la divisa militare, esattamente come durante la I e la II guerra mondiale.
I giornalisti diventerebbero tutti embedded o sarebbero in difficoltà perfino loro?
Non si salvano nemmeno gli embedded. Tutto infatti è affidato alla discrezionalità di chi dice: tu stai infrangendo una norma del codice militare. Si ritorna a Lord Cadrington, comandante militare nel 1854 nella guerra di Crimea, che decise per la prima volta il principio della censura militare sulle notizie, di fronte al fatto che il Times aveva inviato sul posto William Russel, il primo corrispondente di guerra moderno che aveva cominciato a raccontare le miserie di quel conflitto. Siamo tornati 150 anni indietro.
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[03 Nov 2004|09:21pm] |
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18:01 USA 2004: BUSH E' IL PRESIDENTE PIU' VOTATO DELLA STORIA Washington, 3 nov. (Adnkronos) - Con i suoi oltre 58 milioni di voti popolari George Bush e' il presidente americano piu' votato della storia americana: la dichiarazione e' del capo dello staff Andy Card, che per primo questo pomeriggio ha affermato la vittoria di George Bush ormai ufficiale.

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| Napoli violenta è meglio di Collateral |
[02 Nov 2004|02:40pm] |
è un parere personale del tutto spassionato ma a vedere il clima d'esaltazione che accompagna le recensioni e i commenti a Collateral non posso far altro che pensare questo...
Collateral è un film iper-spettacolare, nel senso buono del termine, spettacolo che diverte e trascina, ma per chi conosce il trucco(o i trucchi) è davvero la solita zuppa...
mi direte dell'uso del digitale, della fotografia coi toni freddi... delle placche luminose che rendono le pareti e le superfici luminescenti... ma mi dovrei esaltare solo per questo... cioè, Collateral è un film prodotto con tanti soldini e se le può permettere ste cose.. se la mettiamo sull'uso straniante del digitale, allora vi dico guardatevi "La vergine dei sicari", c'è un digitale grezzo, ma è un film girato con quattro soldi e è un milione d'anni avanti come uso disturbante della tecnica di ripresa rispetto a Collateral...
e veniamo al mai dimenticato(e sarebbe anche ora di dimenticarlo!), in questo periodo di revival b-movie '70: Umberto Lenzi. Napoli violenta a livello di plot e di scene d'azione surclassa d'un colpo Collateral. Le scene girate tra i mercati di napoli con la gente che guarda gli attori scappare senza capire che sta succedendo... la sparatoria sulla funicolare... la parte della discoteca in Collateral è grandiosa, ma quella scena se la può permettere solo Micheal Mann o un altro film hollywoodiano... io faccio il tifo per le immagini di Kar-wai allora, grado d'estetismo più alto più ricercato meno posticcio rispetto al volutamente posticcio volutamente fluorescente Mann...
il plot di Collateral rasenta il ridicolo [non approfondisco per non spoilerare], situazioni forzatissime, regoline da z-western metropolitano... se per Lenzi vale l'attacco per le psicologie inesistenti e i personaggi monodimensionali, per i personaggi di Mann vale dire che le psicologie non sono fatte da dialoghi infarciti di qualche citazioncina o dall'improvviso cambio degli attanti... il carattere dei personaggi e i buoni dialoghi sono qualcosa che forza i codici e li rende una volta per tutte irripetibili[vedi Pulp fiction e l'impossibilità di superarlo di Tarantino]
non avrei mai pensato di giungere a una conclusione del genere( e sul genere de-genere ) a questo punto ( e dopo aver amato sia miami vice, sia heat, sia Manhunter), ma prima di esaltarsi per i cieli di los angeles, provate a vedere i cieli di Medellin, provate a vedere il poliziottesco... può darsi che Umberto Lenzi possa dare la paga a Mann.
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| Amici di Maurizio Costanzo. |
[27 Oct 2004|07:03pm] |
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disgusted/depressed |
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FAME (i'm gonna die for ever) |
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Il termine deriva dal greco kòpros, escrementi, e philia, amore. E' una deviazione sessuale che consiste nel cercare l'eccitazione e l'orgasmo attraverso la vista della defecazione o l'odore e il contatto fisico con gli escrementi. Questo interesse libidico per le feci, che normalmente al solo pensiero si avverte un senso di nausea, purtroppo ha i suoi "cultori".
La persona coprofila, oltre a desiderare di farsi defecare addosso, raccoglie gli escrementi altrui e se ne serve per eccitarsi o masturbarsi. Colleziona spesso anche pezzi di carta igienica usata, che conserva accuratamente. La coprofilia inizia in genere come un'attrazione sessuale particolare per il sedere, che si focalizza sempre più sulla zona anale e infine esclusivamente sugli escrementi. Al primo stadio la persona coprofila si sente attratta dall'altro che defeca e, come un vero e proprio voyeur, gli chiede di poter assistere all' atto.
Successivamente gli escrementi arrivano a diventare più importanti della persona che li espelle. A questo punto la persona coprofila non ha più bisogno di un rapporto diretto con un partner anzi, con un atteggiamento di superiorità tipico delle problematiche feticiste, giudica addirittura il coito qualcosa di degradante e ributtante.
La prima causa della coprofilia va ricercata nell'infanzia e quest'azione coatta di natura libidica si configura come una problematica di infantilismo sessuale.
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| dedicatoci |
[13 Oct 2004|02:16pm] |
[...]ho un amico che non è checca ma a cui non piacciono le donne, e questo amico mi ha detto:"le sole donne che mi servono sono la signora Pugno e le sue cinque figlie". C'è questo da dire a favore della signora Pugno - è igienica, non fa scenate, non costa nulla, è assolutamente fedele ed è sempre disponibile quando hai bisogno.[...]
(truman capote, preghiere esaudite)
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| Morto Jacques Derrida... e non un fetente di telegiornale che lo dica |
[10 Oct 2004|10:57pm] |
Lutto per filosofo Jacques Derrida Se ne va uno dei maggiori intellettuali della scena mondiale (ANSA)- PARIGI, 09 OTT - E' morto in ospedale a Parigi, dopo lunga malattia, Jacques Derrida, filosofo francese, uno dei maggiori intellettuali della scena mondiale. Aveva 74 anni, era nato a El Biar (Algeri). Aveva studiato all''Ecole Normale Superieure' di Parigi sotto la guida di J.Hyppolite e di M. de Gaudillac. Dal 1983 era direttore di studi alla 'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales' di Parigi. Schierato contro la guerra in Iraq, il filosofo ha scritto un libro sull'11 settembre, 'Il sogno di Benjamin'.
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| non uccidere la falena morta |
[09 Oct 2004|10:17am] |
ho quanta pudica ammirazione e appena un battito tutto il colore smuore di tempi persi a rincorrere impressioni che non siano tronche come il corpo che calpesti appena dopo essere già morte.
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| Ciò che non viene detto sul rapimento delle volontarie |
[24 Sep 2004|08:00pm] |
La bugia perenne Ricostruzione del rapimento di Simona Pari e Simona Torretta
di Roberto Saviano
[Questa mia inchiesta non è stata accettata da nessun giornale con cui collaboro né da altra testata giornalistica italiana. L’unico giornale che ha ricostruito lo scenario del rapimento Pari-Torretta attraverso informative e documentazioni ufficiali raccolte da Rita Pennarola è stato il mensile La Voce della Campania (www.lavocedellacampania.it) che ormai da anni combatte assieme al suo direttore Andrea Cinquegrani la sua solitaria battaglia contro il potere della camorra e l’idiozia del giornalismo italiano, sopravvivendo con dignità nonostante le querele milionarie e le minacce continue.]
Nessuno ha avuto decenza di dedicare del tempo allo studio, alla ricerca degli elementi sino ad ora raccolti dai Servizi Segreti e dai magistrati. Nessuno. Presi dal vortice cadenzato come un metronomo delle Ansa, dalle notizie battute dagli uffici stampa militari, nessuno ha voluto ricercare con calma e taglio scientifico cosa poteva esserci dietro il rapimento in Iraq delle due volontarie italiane di Un Ponte per…
Nessuno ha voluto indagare o forse nessuno ha preferito farlo visto che ciò che in ultima somma ne vien fuori è una situazione di incredibile connivenza di poteri che fanno del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta un nodo gordiano insolvibile. Il sequestro delle due Simona che ieri un messaggio lanciato nel web vuole addirittura assassinate, è strettamente legato al sequestro dei quattro “impiegati” italiani sequestrati in Iraq: Fabrizio Quattrocchi, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino. Questo sequestro invero rientra in una logica di conflitto le cui parti in causa nessuna inchiesta ha voluto svelare ed i cui motivi sono talmente chiari da avere il ben fondato dubbio che ci sia una generale e pervicace volontà di non lasciarli emergere compiendo una vera e propria scelta di censura. Cercherò di almanaccare i diversi elementi e congetturare con gli strumenti della ragione e della ricostruzione il reale motivo del sequestro. Iniziamo.
Le informative dei Servizi Segreti italiani dichiarano che la scelta di sequestrare le due volontarie italiane non è stata casuale, si dichiara che i testimoni sfuggiti al sequestro parlano di un commando che voleva proprio le due giovani donne e che non avendo le loro foto le cercava con agitazione e soprattutto come principali obiettivi dell’operazione. Per comprendere il motivo della scelta di due italiane legate all’organizzazione Un Ponte per…come obiettivo di un’azione di rapimento bisogna procedere a ritroso ed arrivare sino al 2003 quando la giovane Valeria Castellani arriva in Iraq. Questa intraprendente ragazza arriva a Bassora collaborando con i volontari dell’associazione Un Ponte per… e lavora ad un progetto particolarmente interessante ovvero permettere al dattero irakeno, in assoluto il migliore al mondo, di potersi nuovamente imporre sul mercato. La qualità del dattero di Bassora, il celebre Al Bakhri, è stato fortemente danneggiato dall’embargo poiché l’impossibilità di esportarlo ha costretto alla rovina la parte maggiore delle fattorie irakene che coltivavano i datteri. A valutare tale progetto sembrerebbe che la Castellani è una giovane piena di idee ed energia, proprio come i giornali cattolici (come Famiglia Cristiana) la considerano e descrivono. Nell’aprile 2004 però dopo l’uccisione di Quattrocchi notiamo che il nome di Valeria Castellani viene iscritto nel registro degli indagati dai pm della Procura di Genova, Francesca Nanni e Nicola Piacente all’interno delle indagini sul sequestro e la morte di Quattrocchi.
Come mai una impegnata volontaria viene inscritta nel registro degli indagati? Cosa mai potrà centrare una donna votata al progetto del rilancio dell’agricoltura irakena senza alcun scopo di profitto personale, con la melmosa vicenda di Quattrocchi?
A ben scavare nei dati e nelle carte giudiziarie viene fuori che Valeria Castellani risulta essere una rampante manager di Dts Itc. Security, l’azienda con sede nel Nevada (USA) che recluta gli addetti alla sicurezza privata in Iraq. Castellani ufficialmente risulta essere l’amministratrice dell’azienda Dts. Per comprendere come una giovane vicentina figlia della piccola borghesia possa arrivare ad essere amministratore di un’azienda americana capace di fatturare cifre altissime perché fornisce contratti per la protezione dei membri del Congresso americano in visita in Iraq, bisogna andare ad indagare sul suo compagno, Paolo Simeoni. Anche quest’ultimo, genovese di 32 anni, è entrato in Iraq attraverso le associazioni non governative. In quanto esperto di operazioni di sminamento e bonifica del territorio Simeoni ha collaborato con Un Ponte per… e soprattutto con Intersos organizzazione umanitaria nata con il finanziamento delle Confederazioni Sindacali.
Paolo Simeoni è un ex incursore del Battaglione San Marco, poi nella Legione Straniera a Gibuti e in Somalia, successivamente andato in missioni in Africa, Kosovo Afghanistan ed alla fine in Iraq. Diviene nel 2002 un volontario umanitario delle ong, approfittando delle sue qualità di sminatore riesce ad essere ben voluto ed anzi richiesto da molte ong. Ma ben altro ha in mente che bonificare terreni minati. Conosce perfettamente le logiche dei paesi in guerra e sa bene che non esiste cosa più redittizia che fornire servizi militari alle truppe in difficoltà.
La sicurezza privata è un business che tende progressivamente ad aumentare con l'impossibilità delle truppe militari regolari di monitorare le strutture che vengono ad edificarsi. Costruzione di aziende, il viaggio dei tir, spostamento di civili e politici, cantieri. La necessità di guardie private si è palesata dalle prime ore della guerra irakena. Ed un occhio esperto lo comprende nell'immediato.
Paolo Simeoni infatti fonda in un primo momento la Naf Security amministrata dalla Castellani con sede in Iraq, ma per la particolare situazione di paese invaso la Naf non riesce a vicere neanche un appalto. Le gare sono vinte solo da aziende degli USA. La coppia Simeoni-Castellani non demorde, muta in brevissimo tempo tutto e riescono a fondare in America la Dts Security. L'azienda è la medesima, identico amministratore, stessi impiegati, cambia solo il nome e la sede che infatti sarà in Nevada negli USA. Ciò gli basta per vincere le gare d’appalto. Vengono così chiamati dall’Italia gli amici di Simeoni, tra cui Fabrizio Quattrocchi. Sfortuna però volle che gli USA decisero di non inviare più politici in Iraq, troppo pericoloso e così il motivo primo della Dts Security sembrò svanire.
La versatilità imprenditoriale però non ha limite e così tutti gli impiegati piuttosto che tornare indietro iniziarono ad essere “piazzati” dall’azienda a difesa del personale delle multinazionali americane ed in altre operazioni di tutela di cittadini e di aziende americane. Così la Dts Security in breve tempo diviene una sorta di azienda capace di fornire difese a tutti coloro, imprese ed uomini stranieri, che essendo esposti ne avevano bisogno. Diviene in molti territori dell'Iraq un esercito parallelo a tutela del flusso di capitali che giunge in iraq sottoforma di macchinari, politici, o trivelle.
La nostra coppia Castellani-Simeoni quindi si è recata in Iraq attraverso le ong ma giunta una volta sul luogo dopo pochissimo tempo ha portato avanti il suo progetto di edificare un azienda di scrota e servizio armato. Insomma Paolo Simeone e Valeria Castellani hanno utilizzato le associazioni non governative per inserirsi su un territorio con la massima agilità e copertura, poi lentamente hanno mutato la loro prassi hanno abbandonato il loro lavoro di volontariato iniziando ad impegnarsi sul piano imprenditoriale. Del resto quale migliore copertura che quella del volontariato quando si è in luoghi di guerra? Ogni sospetto sulla possibilità di fornire mercenari svanisce dinanzi al passepartout dell’impegno civile e sociale.
Valeria Castellani a Vicenza era nota per una sua spiccata simpatia per la estrema destra antisemita ma dopo la sua partecipazione alla missione di Intersos in Afghanistan e dopo aver collaborato con Un Ponte per…in Iraq, beh ha indossato una robusta panoplia di purezza.
A questo punto si comprende facilmente che le due Simona sono state rapite per una logica interna ai servizi di sicurezza privati. Del resto i primi a dare notizia di come era avvenuto il rapimento sono stati proprio Simeone e Castellani. Insomma erroneamente con grande probabilità viene attaccata Un Ponte per… e vengono sequestrate Simona Pari e Simona Torretta al fine di attaccare l’agenzia di protezione che ha avuto persone in qualche modo provenienti dall’associazione. Ora bisogna comprendere se le organizzazioni non governative, se le associazioni di volontariato che utilizzano i contatti con queste persone sapevano chi erano questi personaggi oppure hanno subito un operazione d’infiltrazione. E’ facile del resto poter entrare in un’operazione di volontariato. Volontà e serietà oltre che competenza sono gli elementi di scelta nessun’altra selezione è presente. Oltre che sommarie indagini sui propri volontari le ong non hanno spesso la forza di conoscere a fondo i personaggi che decidono di partire per i propri progetti spesso, tra l'altro, deficitari di individui. O seguendo invece una tesi opposta si potrebbe ipotizzare che le ong preferiscono avere dei rapporti come dire, strategici con questi personaggi capaci di avere le mani dappertutto e contatti in ognidove.
L’unico ambito su cui bisogna (e spero di non dover dire bisognava) è proprio quello delle agenzie che garantisco servizio privato e "soldati a pagamento". Hanno mentito politici, media, giornalisti distratti o zittiti da direttori scrupolosi maestrini delle verità d’ufficio. Invece di inventare mediazioni, mediatori, e colpi di scena televisivi bisogna riflettere sul ruolo fondamentale di queste aziende di protezione che nella strategia dello scacchiere irakeno vengono considerate dalla guerriglia vere e proprie spine nel fianco perchè tappano i buchi aperti delle truppe d'invasione. I gruppi guerriglieri, i nuclei terroristi hanno ovviamente tutto l’interesse di a porre in crisi le organizzazioni private che garantiscono protezione a personaggi ed aziende che l’esercito USA non riuscirebbe a proteggere in misura adeguata.
Le due ragazze volontarie ora sono nelle mani di individui che per motivi radicalmente diversi dal loro ruolo in Iraq le usano come strumento di pressione vero il governo italiano che finge ovviamente di non sapere in qual senso il rapimento è stato messo in pratica. L’associazione Un Ponte per... che da anni cerca di organizzare in Iraq progetti che hanno l’esclusivo imperativo di concedere dignità e possibilità di vita ad una civiltà devastata da decenni di embargo prima ed ora da un’assurda guerra. Un Ponte per…ha iniziato a lavorare in Iraq molto prima che sulle sue città devastate si accendessero i riflettori delle tv di mezzo mondo. Un lavoro certosino, continuo, diuturno.
Era prioritario che il Ministro degli Esteri cercasse di smentire il frainteso dei gruppi terroristi ovvero di idenfiticare le due ragazze in relazione all’azienda di servizi di sicurezza. Era fondamentale che si facesse riferimento alla totale estranietà di queste ragazze al mondo “italiano” delle scorte e dei mercenari. Ma in questa vicenda sembra che più che a cuore del ritorno delle due donne ci sia la volontà non di far emergere la cancrena dei rapporti economici di imprenditori italiani che riescono ad entrare nel succulento mercato iracheno attraverso la mediazione militare dei servizi di scorta che ovviamente sapranno far pendere la bilancia dalla parte degli industriali italiani quando ve ne sarà bisogno. Godere di un esercito parallelo, non controllato dai media, che non conosce divise e morti dichiarate è forse in questa guerra l'elemento più delicatamente fondamentale ancor più perchè invisibile all'occhio ed all'orecchio dell'Occidente.
Queste due donne pagano sulla propria pelle le scelte imprenditoriali di alcuni italiani che ben hanno saputo dove affondare i canini della finanza ed ora spolpano l’osso dell’Iraq facendo finire tra le ferine ganasce due donne innocenti che in Iraq non erano per guadagnare stipendi lussuosi come militari ed imprenditori ma per portare avanti reali progetti di crescita sociale.
Indagare e riflettere sulle aziende italiane che in Irak speculano ed investono, capire che la gestione dei mercenari, in breve, è nelle mani di organizzazioni private italiane, questo è l’ambito unico su cui bisogna ragionare.
Mentre Rai e Mediaset continuano a mandare in onda i volti dolci e sorridenti delle due giovani ragazze non viene pronunciata su questa vicenda che una bugia perenne
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| david e i due ragazzi pallidi. |
[18 Sep 2004|06:56pm] |
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mood |
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malditesta accaldato e secco. |
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music |
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danza moderna. |
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C’è un ciccione stasera sul palco, ma la sua voce è leggera e lui vola con essa. Peserà più di un quintale, alto sul metro e novanta. Testa pelata è vestito tutto di nero, talvolta indossa un grembiulino di plastica rossa per appoggiarci sopra, in modo che il sudore non lo faccia scivolare, uno strumento chiamato melodeon: una sorta di fisarmonica a braccio, ma in sedicesimo. Come se bastasse la sua stazza a render grande ciò che di per sé è piccolo, ma non certo inutile.
Signori e signore ecco a voi David Thomas, leggendario leader dei Pere Ubu, seminale gruppo della new wave più artistica e selvaggia: si era sul finire degli anni ’70 ma noi purtroppo eravamo troppo piccoli per goderne e così, eccoci qui, a cercare di recuperare ciò che è passato ma non perduto fortunatamente. Siamo a Napoli, lunedì 13 settembre 2004, spalti (inaspettatamente affollati) del Maschio Angioino: un altro tassello della storia musicale di questa disgraziata città va al suo posto, e noi eravamo lì per raccontarlo.
I Pere Ubu esistono ancora, ma da un po’ di anni a questa parte l’imprevedibilmente carismatico Thomas si fa accompagnare anche da 2 ragazzi pallidi (The Two Pale Boys: Andy Diagram, tromba ed electronics e Keith Moliné, chitarre varie e giornalista di Wire), e così è anche a Napoli: la loro è una musica aliena, o meglio, un blues alieno fatto di echi davisiani prodotti dalla tromba diagramatica e di stonature metallurgiche prodotti dalla chitarra moliniana su cui s’innesta il cantato/recitato thomasiano.
Certo, a questo punto si dirà che non si è capito niente, ma scrivere di Musica è già difficile di per sé, figuriamoci scrivere di musica tanto sublime, figuriamoci scrivere di un concerto che più volte diventa cosa aleatoria ed estemporanea difficile da fermare, da fissare… certo è possibile registrare un concerto su mini-disc, fotografare l’idolo da più angolazioni, ma non è la stessa cosa, non è la stessa cosa credetemi.
Si doveva essere lì, presenti, seduti su quelle squallide sedie di plastica, a vedere Thomas il gigante tracannare whisky (o quello che era) dalla sua borraccetta d’acciaio e cantare leggero tra un sorso e l’altro, una voce così pura per un corpo così pesante-tutto è possibile; si doveva essere lì per sentire Thomas inneggiare al guidare ubriachi e vederlo mentre puliva accuratamente la sua borraccetta dopo averla passata ad Andy; si doveva essere lì per vedere con quanta maestria il maestro Thomas dirigeva i suoi pallidi amici con un semplice battito di mani e per sentire lo stridio feroce ed impaurito dei pipistrelli che volteggiavano intorno al castello, attirati e innervositi allo stesso tempo da cotanto delirio sonico quasi volessero accordarsi ad esso; si doveva essere lì per vedere Andy muoversi leggero come un ballerino di danza classica mentre cantava fantasmatico nel microfono della sua tromba-thereminica; si doveva essere lì per sentire Keith suonare la canzone più pop del mondo fregando noi tutti poveri illusi mortali convenuti lì a sentirsi avanguardisti.
E invece quello non era nient’altro che pop, amici, nient’altro che pop che ti si impianta nel cuore e te lo spacca in due quando scappa via perché non rimane, non può rimanere per sempre con te data la sua natura fuggevole. Come fare a fermare tutto questo? Non è possibile, ci si prova con la scrittura ma non è la stessa cosa. Che parole poter scrivere? Lasciarsi guidare dalla furia della scrittura, evocare il trasporto che s’è provato attraverso parole scritte e sicuramente incoerenti e ridondanti.
Pop alieno per una notte aliena con la luna che non si vede, questa notte questa Napoli menzognera sembrava un po’ Twin Peaks: c’erano in giro 2 ragazzi pallidi, ed un gigante sicuramente buono con la voce animata di nero e di bianco.
Adesso loro se ne sono andati e ci chiediamo se tutto questo non sia stato altro che un sogno di fantasmi… una delle cose più belle che abbiamo visto nient’altro che un’illusione?
È finito, tutto finito, ma ancora ricordiamo qualcosa di quello che s’è detto:
“How are you, David?”
“That’s an irrelevant question.”
(applausi in crescendo)
“Thank you very much, but your mind doesn’t work your mind doesn’t work.”
(se apprezzare musica come questa significa che abbiamo la testa che non funziona, allora meno male)
L’ ultima canzone David la canta con il pacco dei cd in mano, quelli che deve vendere.
Mentre Andy e Keith ancora suonano, lui si ritira nel retropalco ma è un attimo e ricompare giù, in mezzo a noi. I pallidoni continuano a suonare, lui è seduto lì, sulla sedia che s’è trascinato dietro, a vendere i suoi cd.
C’è gente tutta intorno a lui, centinaia di persone che sovrastano un gigante… il nostro sciamano di questa notte, chi lo avrebbe mai detto: i suoi cd polverizzati in cinque minuti e lui, il tempo di una-due-tre birre, se n’è già andato.
Ma qualcosa è rimasto, però.
Insert disc: Surf’s up!
(play)
Stand by me David, stand by me.
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| Potere assoluto all’orda degli avvocati |
[16 Sep 2004|11:47am] |
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Come ben sapete, gli avvocati si somigliano in tutti i paesi. Sono esseri intimamente legati a tutto ciò che è meschino, futile… Sono spiriti che vedono soltanto il piccolo fatto quotidiano e che sono assolutamente incapaci di agitare le grandi idee generali, di concepire gli urti e le fusioni delle razze, né il volo fiammeggiante dell’ideale sull’individuo e sui popoli. Sono mercanti d’argomenti, cervelli prostituiti, botteghe di idee sottili e di sillogismi cesellati. (Filippo Tommaso Marinetti)
… semplicemente per girare il coltellaccio nella piaga!!!
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| TUTTI I TAGLI DI KILL BILL Vol.1 |
[13 Sep 2004|09:30pm] |
penso di far cosa gradita...
Inizio
- 0:00.43 la versione giapponese sostituisce il vecchio proverbio Klingon "La vendetta è un piatto da servire freddo" all'inizio del film con una dedica al regista Kinji Fukasaku - 0:10.00 La scena iniziale con la Sposa e Vernita Green ha due angolazioni alternative quando la Sposa chiede un tovagliolo mentre nella versione occidentale c'è una ripresa dall'alto.
Il cartone animato.
- 0:37.24 A uno degli uomini di Matsumoto viene schiacciata la faccia sul muro due volte invece di una. C'è un primo piano dell'uomo che cade a terra. - 0:41.10 Quando O-Ren Ishii uccide Matsumoto e gli dice di guardarla la faccia, gli chiede di guardare anche altre fattezze del viso (naso, mento, eccetera) - 0:41.47 C'è un primo piano di O-Ren col coltello che apre lo stomaco di Matsumoto e poi lo toglie. - 0:41.55 Primo piano di Matsumoto morente - 0:42.01 Si vede da lontano O-Ren che siede sul corpo di Matsumoto mentre il sangue gli schizza dallo stomaco
Scena nel bar
- 0:60.54 Dopo che abbiamo visto Gogo Yubari trafiggere il tizio di fianco a lei, oltre al sangue vediamo anche uscire dallo stomaco le budella
Resa dei conti
- 1:14.53 La scena in cui la Sposa taglia un braccio a Sophie è un po' più lunga mentre si dimena al suolo rantolando - 1:15.31 Anche qui, l'inquadratura di Sophie che giace al suolo urlando è più lunga - 1:17.21 Primo piano della prima donna degli 88 Folli (Julie Manase) mentre sputazza sangue dopo essere stata attaccata a una trave di legno da una spada - 1:23.25 Inquadratura della Sposa che infilza due 88folli in un sol colpo usando la sua spada e quella di un altro degli avversari - 1:23.33 Un super salto all'indietro della Sposa prima di togliere un occhio a uno degli 88. ----- da 1:23.37 a 1:27.37, 3 minuti e 23 secondi ---- ----- c'è il colore invece del bianco e nero ---- - 1:23.41 La sposa infila l'occhio appena strappato nella bocca di uno degli 88 (a cui ha dato uno strattone nella scena precedente), mentre Sophie già menomata fa una smorfia di disgusto - 1:24.01 Un colpo di spada. Il sangue esce dal collo (inquadrato da dietro) - 1:24.20 La prima apparizione del ragazzino degli 88 folli (quello che viene bacchettato più tardi). Qui capiamo perché dopo non ha la maschera. Mentre sta per attaccare la Sposa, lei gli toglie la maschera. Vediamo che è solo un ragazzino, mentre fa il gesto universale "non farmi male". La Sposa ha un momento di shock mentre capisce che è solo un ragazzino, quindi lo prende e lo lancia insieme ad altri 3 o quattro nella piscina piena di sangue. Questa scena, non presente nella versione occidentale del vol.I, è presente nei titoli di coda della versione USA del vol.II. In definitiva, questa "mini scena" aiuta a capire il perché del viso un po' sbigottito della Sposa quando vede il ragazzino per la seconda volta, e il conseguente secondo "non farmi male" risulta più divertente. - 1:24.36 Inquadratura di un 88folle ferito al collo che schizza il sangue su una parete - 1:24.54 Quando la Sposa salta sulle spalle di uno degli 88 folli, dopo aver ferito un altro sulla faccia, quello che le sta sotto i piedi cerca di attaccarla da sotto. Lei para l'attacco e gli taglia una mano. La scena quindi continua alla capriola in avanti - 1:27.37 Siccome la battaglia è già a colori, il primo piano sugli occhi che sbattono per far tornare il colore è tagliato. L'inquadratura c'è lo stesso, ma dove sbatte le palpebre c'è una breve inquadratura di lei che si appoggia esausta alla spada.
Finale
- 1:41.17 La Sposa dice di voler tagliare l'altro braccio (solo l'avambraccio, NdT) a Sophie urlando "DAMMI L'ALTRO BRACCIO!". Sophie è in panico, ma la sposa esegue il taglio. Il sangue schizza e sporca la telecamera e Sophie urla ancora
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[05 Sep 2004|10:16am] |
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| Corri, Cesare, corri! |
[25 Aug 2004|12:15am] |
Corri, Cesare, corri!
di Valerio Evangelisti
Mentre scrivo non so che fine abbia fatto Cesare Battisti. Se sia in effetti fuggito o se, come affermano i suoi avvocati, possa essere vittima di una crisi depressiva. La mia speranza è che la prima ipotesi sia quella vera. Che ancora una volta l’eterno fuggitivo sia scivolato dalle mani dei suoi eterni aguzzini e si trovi lontano, lontanissimo. Momento, certo, terribilmente doloroso per lui. La prima volta che scappò di prigione era appena ventenne, adesso ha cinquant’anni e due figlie, una di nove e l’altra di diciannove anni. Meglio però questo distacco che venire seppellito per sempre in un carcere. Cesare non è tipo da carcere. Nessuno lo è, in effetti, ma lui meno di tutti. Eppure è da quando era adolescente che pesa su di lui l’ombra della prigione. Vi è finito in Italia, in Messico, in Francia. Ogni volta è riuscito a tornare in libertà, per vie legali o illegali. Ha praticato con sistematicità il diritto all’evasione, e ha fatto benissimo. Questa volta soprattutto.
Leggo sul Corriere della Sera del 23 agosto una dichiarazione del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro. Dopo avere definito Battisti un “assassino puro”, qualsiasi cosa voglia dire simile espressione balorda, formula un auspicio: “Comunque mi auguro che nessuno dica che tutto sommato era giusto che Battisti fuggisse, visto il sistema delle leggi italiane.” Mai speranza fu tanto delusa. Siamo in tantissimi in Italia e, oserei dire, nel mondo, a confidare che Cesare Battisti riesca a trovare rifugio là dove nessuno potrà più trovarlo. Parlo di noi che conosciamo in quale maniera diventò un ricercato. Vediamo di ricapitolarla per l’ennesima volta. Negli anni ’70 Battisti è un ladruncolo che, approdato a Milano, si politicizza a contatto con un collettivo autonomo di periferia. Ai margini di quel collettivo nascono i PAC, Proletari Armati per il Comunismo: una sessantina di giovani, per lo più operai o disoccupati, che compiono numerose rapine, alcuni ferimenti e quattro omicidi. Questi ultimi vengono commessi non da tutti i PAC, ma solo da una frangia. Nel 1979 i PAC rivendicano l’assassinio di Pierluigi Torregiani: un gioielliere che, poco tempo prima, aveva ucciso un rapinatore e forse un cliente nel corso di un assalto al ristorante in cui stava cenando (per la cronaca e i commenti, rimando a La Repubblica di quel periodo, piuttosto diversa da La Repubblica attuale). L’omicidio Torregiani (nel corso del quale il gioielliere ferisce accidentalmente il figlio, in seguito rimasto paraplegico) provoca l’arresto di decine di militanti autonomi del quartiere. L’istruttoria è tipica del periodo, in cui il recente assassinio del giudice Alessandrini ha scatenato la magistratura. Vengono presentate ben tredici denunce di casi di tortura, tutte archiviate con i pretesti più vari. Vengono estorte confessioni poi ritrattate. Si passa da un presunto colpevole all’altro, in una ridda che la stampa democratica di allora (c’è stato un tempo in cui è esistita) non manca di denunciare. Infine, in sintonia con le “leggi di emergenza” votate a spron battuto, si riversa sugli imputati, inclusi quelli minori, una valanga di condanne esorbitanti, tra le più severe mai comminate. E’ il 1981. Tra gli imputati minori figura Cesare Battisti, che dei PAC non è il leader, ma un militante qualsiasi. E’ in prigione già da due anni, e si vede condannare a dodici anni e mezzo di carcere – un’enormità, ma l’emergenza prevede il raddoppio delle pene previste dal codice - per “partecipazione a banda armata”, senza imputazioni specifiche. E’ stato allontanato dal processo per condotta indisciplinata. Poco dopo, i suoi difensori saranno a loro volta arrestati. Accetta a quel punto l’aiuto di un’organizzazione che si dedica a fare evadere i detenuti politici, e scappa dal carcere di Frosinone in cui è rinchiuso. Resta a lungo nascosto in cima a una montagna col suo compagno di cella, un camorrista. Attraversa poi l’Italia e varca le Alpi a piedi. Dalla Francia riesce a raggiungere il Messico, dove si stabilisce a Puerto Escondido (è a Battisti che si ispira il personaggio interpretato da Claudio Bisio nel noto film). Arrestato dalla polizia messicana e poi rilasciato, si dedicherà alle più fallimentari attività commerciali, finché Paco Ignacio Taibo II non lo spingerà a dedicarsi alla letteratura. Nel 1982, senza che Battisti ne sappia nulla, inizia un secondo e ancor più minaccioso capitolo della sua vicenda. Viene arrestato un militante di Prima Linea, ex dei PAC, di nome Pietro Mutti. E’ già in vigore la prima legislazione sui pentiti, che accorda consistenti sconti di pena a chi – a prescindere dal “pentimento” effettivo, di cui non frega nulla a nessuno – denunci ex compagni implicati come lui in attività terroristiche. Mutti finisce sotto la tutela di uno dei magistrati che gestirono il caso Torregiani, Armando Spataro, fautore tra i più convinti dell’efficacia del pentitismo (lo è tuttora, malgrado le vicende Tortora, Sofri e tante altre simili). A cinque anni dal primo processo Torregiani, Mutti comincia a sparare nomi, primo fra tutti quello di Battisti. Gli attribuisce tre degli omicidi rivendicati dai PAC (Santoro, Campagna e Sabbadin, in quest’ultimo caso con un ruolo di copertura), il consenso a quello di Torregiani (consenso trasformato da Spataro in “ruolo organizzativo”: se Battisti aveva preso parte all’attentato a Sabbadin, non poteva ignorare quello a Torregiani, avvenuto lo stesso giorno alla stessa ora), più oltre 60 tra rapine e ferimenti. In pratica, Mutti riversa su Battisti l’intera attività criminale dei PAC. Ciò non senza contraddizioni. Si legge infatti a proposito di Mutti, in una sentenza di Cassazione emessa nel 1993: “Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone (…) o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi”. Più sotto: “Del resto, Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”. Una quantità di volte, ricorda l’avvocato Giuseppe Pelazza, Mutti fece il nome di Battisti in rapporto a qualche atto criminale e, ogni volta che la circostanza fu smentita, si giustificò dicendo che aveva riversato la colpa sul più giovane del gruppo, per di più latitante. Come dire, qualcuno che non correva rischi. Questo bel tipo di pentito fu poi utilizzato in parecchi altri processi, dove si fece accusatore di innocenti; infine fu scaricato quando, in occasione della cosiddetta “pista veneta”, le sue dichiarazioni sfociarono nel puro delirio. Emotivamente e psichicamente fragile, era chiaramente condotto per mano (in senso figurato) da un’udienza all’altra. Naturalmente fu scarcerato, malgrado la confessa partecipazione ad alcuni degli omicidi dei PAC. Un po’ la stessa sorte toccata a un altro pentito “scoperto” da Spataro, Marco Barbone, messo in libertà malgrado l’assassinio di Walter Tobagi direttamente commesso, e portato a sua volta da un processo all’altro (incluso il famigerato “caso 7 aprile”) a effettuare riconoscimenti quasi tutti sballati. Ma torniamo al nostro tema. Mentre l’ “attendibile” pentito Mutti gli prepara una condanna all’ergastolo, Battisti, che conduce in Messico la propria vita picaresca ed è convinto di avere sul groppone “solo” dodici anni di carcere, ignora ciò che lo aspetta. Lo scoprirà nel 1989, quando lascerà il Messico e si trasferirà in Francia. Giudicato in contumacia, nella più completa assenza di contatti con gli avvocati difensori, è ormai condannato a vita e privato di ogni possibilità di ripetizione del processo. In nome della cosiddetta “dottrina Mitterrand”, la Francia gli spalanca le porte per tredici anni. Battisti tenta di mettere in piedi una lavanderia, lavora come cameriere in un ristorante, fa il pizzaiolo e lo sguattero. Malgrado le difficoltà economiche, mette su famiglia. Infine scrive romanzi noir che hanno un certo successo, anche se, per campare, deve fare il portinaio nello stabile in cui abita. Il resto è storia odierna. Dopo tredici anni di relativa tranquillità, Battisti è di nuovo in fuga. Condannato dalla nuova sintonia repressiva dei governi italiano e francese, vittima di una sentenza vergognosa (dettata dall’Italia) che ha calpestato ogni parvenza di diritto, privato anticipatamente di ogni possibilità di ricorso da una dichiarazione di Chirac in persona con il compare Berlusconi al fianco, ha visto svanire per sempre qualsiasi speranza di ottenere giustizia. Avrebbe dovuto rassegnarsi a finire i suoi giorni tra quattro pareti di cemento. Ma Battisti non è così. Fuggiasco di professione davanti alle circostanze avverse che hanno costellato tutta la sua vita, lui è capace di sgattaiolare tra le gambe di chi cerca di afferrarlo. Adesso forse è là, in qualche paese remoto, che scappa come un furetto, spaventato e astuto. Come sempre. Se corre così forte è perché conosce bene l’identità del nemico. Non si tratta solo dei fascisti più o meno riciclati che, oggi al governo in Italia, fanno lo sporco mestiere di sempre, magari su scala più vasta. Proprio mentre Battisti era più vulnerabile, Fassino, Diliberto e D’Alema facevano a gara nel rivendicare chi, tra loro, avesse per primo cercato di farlo estradare. Adesso che Battisti (una delle loro tante prede: c’è stato anche Ocalan, per dirne una, ci sono gli altri esuli in Francia) è uccel di bosco, si scagliano contro la mancata introduzione del mandato di cattura europeo, buono a trasformare l’Europa in un’immensa galera. Ai loro lati, una coorte sinistra di magistrati applaude e agita cappi e manette. Oggi costoro professano il verbo neoliberale, ma sono eredi, per citare testualmente Cossiga, “del Pci che ha collaborato con noi in forme molto più forti di quello che comunemente la gente crede (e che non rivelo perché non voglio che parte dell’ex Pci getti fango su Ugo Pecchioli)”. Insomma, i soliti “picisti” di un tempo che fecero della delazione una strategia, della prigione ai dissidenti uno scopo, dei pentiti un mezzo, delle leggi speciali un’arma. Non a caso li si trova equamente ridistribuiti tra centrosinistra e centrodestra. Si chiamino Massimo D’Alema o Giuliano Ferrara, lo stalinismo lo hanno nel sangue. E, malgrado le apparenze, un cordone ombelicale tra post-stalinisti e post-fascisti, rinsaldato a Genova da un massacro predisposto dai primi e attuato dai secondi, li unisce ancora. Anche il patto Ribbentrop-Molotov hanno nel sangue. Corri, Cesare, corri. Spero di non avere tue notizie per molti anni. Poi, appena sarà possibile, ti raggiungerò in qualche angolo del mondo in uno di quei baretti di periferia che prediligi, a berci una tequila alla faccia di tutte queste merde.
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| sadstraße |
[13 Aug 2004|11:53am] |
compiuto il giro di boa e´ l´ora di fare i conti con il fattore I. sulla prima settimana si potrebbe fare un muro di parole sprecate, dette e non capite per la maggior parte, comprese purtroppo alle volte
-m´ vuo´ra´ o biscott? -she has stupid eye -tomorrow, domani, vi do tutto quello che vi serve
fatto sta che flotte di italiani invadono le strasse di berlino necessari come vespe nel piatto schiamazzano in giro per le allee e le platz
parole crepitano in bocca come scorregge
rieccheggiano nelle u-bahn
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